da Francesco Perugini Billi | Lug 20, 2026 | senza categoria
Una revisione della letteratura scientifica, pubblicata sul Journal of Cannabis Research, suggerisce che il cannabidiolo (CBD) assunto per via orale può contribuire a ridurre la pressione arteriosa.
Gli autori hanno analizzato i risultati di quattro studi clinici randomizzati, che hanno coinvolto complessivamente 120 partecipanti, confrontando il CBD con il placebo.
In tutti gli studi è stata osservata una riduzione della pressione arteriosa sistolica, mentre in due studi è diminuita anche la pressione diastolica. Gli effetti più evidenti sono stati riscontrati con dosaggi più elevati di CBD, fino a 600 mg al giorno, e sono comparsi sia nei soggetti ipertesi sia in quelli con valori pressori nella norma.
Un dato interessante è che il CBD sembra esercitare i suoi effetti soprattutto in situazioni di stress, nelle quali la risposta pressoria tende fisiologicamente ad aumentare.
Dal punto di vista della sicurezza, nessuno degli studi ha evidenziato eventi avversi gravi, confermando il buon profilo di tollerabilità del cannabidiolo anche alle dosi utilizzate nelle sperimentazioni.
Gli autori sottolineano tuttavia che le prove disponibili sono ancora limitate. Saranno necessari studi di durata almeno annuale per verificare se la riduzione della pressione arteriosa si mantenga nel tempo, se l’efficacia tenda ad attenuarsi e se siano necessari aggiustamenti del dosaggio.
Infine, i ricercatori suggeriscono di valutare anche altre modalità di somministrazione del CBD, come la via sublinguale o l’inalazione, che potrebbero offrire una biodisponibilità diversa rispetto all’assunzione orale e quindi influenzarne l’efficacia clinica.
Bibliografia
- Roberts, A., Fountzopoulos, S. & Desai, T. The effects of oral cannabidiol supplementation on blood pressure in adults: a systematic review of randomised controlled trials. J Cannabis Res (2026).
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da Francesco Perugini Billi | Lug 20, 2026 | senza categoria
Una recente meta-analisi di studi clinici randomizzati, pubblicata sull’American Journal of Geriatric Psychiatry, suggerisce che i farmaci a base di cannabinoidi possono contribuire a ridurre alcuni dei più difficili sintomi comportamentali della malattia di Alzheimer.
I ricercatori, provenienti da Brasile e Stati Uniti, hanno analizzato i risultati di sette studi clinici, per un totale di 221 pazienti affetti da Alzheimer in fase moderata o grave. Nei diversi studi sono stati impiegati vari preparati a base di cannabinoidi, tra cui estratti della pianta di cannabis e formulazioni orali di THC sintetico, come dronabinol e nabilone.
L’analisi complessiva ha evidenziato che i pazienti trattati con cannabinoidi presentavano una riduzione significativa dei sintomi neuropsichiatrici, in particolare dell’agitazione, rispetto ai soggetti che avevano ricevuto un placebo.
Per quanto riguarda la sicurezza, l’effetto indesiderato osservato con maggiore frequenza è stato la sonnolenza, generalmente considerata gestibile nel contesto clinico.
Secondo gli autori, questi risultati sono incoraggianti, ma non ancora definitivi. Saranno necessari studi clinici più ampi, con un numero maggiore di pazienti, periodi di osservazione più lunghi e protocolli specifici per le diverse formulazioni di cannabinoidi, così da definire con maggiore precisione efficacia e profilo di sicurezza di queste terapie nella malattia di Alzheimer.
Bibliografia
-
Da Silva A et al. Cannabinoids Treatment for Agitation in Alzheimer’s Disease: A Systematic Review and Meta-Analysis With Bayesian and Sequential Trial Analyses The American Journal of Geriatric Psychiatry, 2026; 34, 1167-1183.
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da Francesco Perugini Billi | Lug 20, 2026 | senza categoria
Uno studio sperimentale ha evidenziato che l’impiego delle vape pen per cannabis espone l’utilizzatore a quantità molto inferiori di sostanze tossiche rispetto alla tradizionale cannabis fumata in sigarette preconfezionate (pre-roll).
Per effettuare il confronto, i ricercatori hanno analizzato due vape pen autorizzate nello Stato della California e le hanno messe a confronto con sigarette di cannabis, utilizzando un sistema meccanico in grado di simulare inalazioni identiche per tutti i dispositivi. È importante ricordare che le vape pen vaporizzano estratti oleosi di cannabis e sono diverse dai vaporizzatori per infiorescenze, che riscaldano il fiore senza raggiungere la combustione.
L’analisi delle emissioni ha mostrato una marcata riduzione di numerosi composti potenzialmente nocivi, tra cui formaldeide, benzene, acroleina e piombo. Inoltre, ogni inalazione con la vape pen ha fornito una quantità di THC superiore rispetto alla cannabis fumata.
Lo studio ha però individuato anche un possibile punto critico: le vape pen possono rilasciare quantità maggiori di nichel e cromo, probabilmente provenienti da alcuni componenti metallici del dispositivo, come la resistenza, il nucleo metallico o il boccaglio, soprattutto quando vengono raggiunte temperature elevate.
Secondo gli autori, questi risultati non devono essere interpretati come un motivo di allarme, ma piuttosto come un incentivo a migliorare ulteriormente la progettazione dei dispositivi e ad approfondire la ricerca. Il vero messaggio dello studio è che la combustione rappresenta la principale fonte di sostanze tossiche, mentre la vaporizzazione degli estratti sembra ridurne in maniera sostanziale la produzione, pur richiedendo ancora ulteriori verifiche sulla sicurezza a lungo termine e sui materiali impiegati nelle sigarette elettroniche.
Gli autori sottolineano infine che una ricerca più ampia sarà possibile solo eliminando gli ostacoli normativi che, finora, hanno limitato lo studio scientifico di questi dispositivi, nonostante il loro impiego sia ormai molto diffuso negli Stati Uniti.
Bibliografia
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da Francesco Perugini Billi | Mag 23, 2026 | senza categoria
Una ulteriore ricerca che mostra come l’impiego della cannabis medicinale possa essere utile nella terapia del dolore e possa portare ad una riduzione dell’abuso di oppioidi.
Secondo i dati pubblicati sulla rivista Cureus, l’uso di prodotti a base di cannabis terapeutica autorizzati dallo Stato (Pennsylvania -USA) è associato a un calo significativo e sostenuto dell’assunzione giornaliera di oppioidi tra i pazienti affetti da condizioni di dolore cronico.
I ricercatori dell’Università della Pennsylvania, Perelman School of Medicine, hanno valutato i punteggi del dolore dei pazienti e l’uso di oppioidi, dopo l’inizio del trattamento con cannabis terapeutica. Ventinove pazienti hanno partecipato allo studio. Tutti i partecipanti dello studio avevano precedentemente espresso interesse a ridurre il consumo di oppioidi, ma non erano stati in grado di farlo. I partecipanti sono stati monitorati per cinque mesi.
In linea con altri studi, i pazienti hanno segnalato una riduzione dei livelli di dolore e tassi più bassi di consumo giornaliero di oppioidi, dopo la terapia con cannabis.
I ricercatori hanno riferito: “Il consumo medio giornaliero di oppioidi è diminuito da un valore basale di 46,8 MME (equivalenti in milligrammi di morfina)/giorno a 16,2 MME/giorno in un mese ed è rimasto basso per tutto il periodo di follow-up di cinque mesi. … Anche i livelli di dolore sono diminuiti nel tempo.”
“Il punteggio NRS (Numeric Pain Rating Scale) basale è diminuito in media di 1,1-2,0 punti, durante il follow-up. … Sette pazienti (24%) sono riusciti a interrompere completamente la terapia con oppioidi entro la fine dello studio, cinque dei quali ci sono riusciti entro il secondo mese.”
Gli autori dello studio hanno concluso: “L’abuso di oppioidi correlato al trattamento del dolore cronico rimane una sfida significativa per la salute pubblica negli Stati Uniti.
Questi risultati suggeriscono che la cannabis terapeutica potrebbe rappresentare un’utile terapia aggiuntiva per ridurre l’uso di oppioidi, alleviare il dolore cronico e migliorare la qualità della vita correlata alla salute
Dati precedentemente pubblicati sul Journal of the American Medical Association (JAMA) hanno mostrato che quasi un paziente su tre affetto da dolore cronico utilizza la cannabis come farmaco analgesico e che molti di coloro che lo fanno utilizzano la cannabis al posto degli oppioidi.
Bibliografia
- Caldera F E, Caldera Z, Shofer F, et al. (April 17, 2026) Medical Cannabis as an Opiate Alternative: A Prospective Observational Cohort Study. Cureus 18(4): e107248.
- Bicket MC, Stone EM, McGinty EE. Use of Cannabis and Other Pain Treatments Among Adults With Chronic Pain in US States With Medical Cannabis Programs. JAMA Netw Open. 2023;6(1):e2249797.
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da Francesco Perugini Billi | Mag 23, 2026 | senza categoria
Secondo i dati di un sondaggio pubblicato sul Journal of International Medical Research, quasi un paziente su sei affetto da dolore artritico dichiara di usare la cannabis per gestire i propri sintomi.
Ricercatori canadesi hanno intervistato 406 pazienti in cerca soluzioni terapeutiche per la propria artrite. Quasi il 90% degli intervistati ha espresso opinioni favorevoli sull’efficacia della cannabis nella gestione del dolore e quasi il 16% ha affermato di averla utilizzata a scopo terapeutico durante l’ultimo anno. (In Canada la marijuana è legale sia per uso medico che per uso adulto.)
“L’uso di cannabis tra i pazienti affetti da artrite e dolori muscoloscheletrici è molto diffuso”, hanno concluso gli autori dello studio. “Sulla base di questi risultati, i chirurghi ortopedici dovrebbero affrontare in modo proattivo l’uso della cannabis come parte della cura di routine dell’artrite.
Poiché una parte dei pazienti fa già uso di cannabis per scopi medici e alcuni la considerano un potenziale analgesico, discussioni informate potrebbero supportare strategie di gestione del dolore più sicure e multimodali.
Inoltre, istruire i chirurghi ortopedici sulle formulazioni appropriate, sulle vie di somministrazione e sugli effetti avversi, può migliorare la supervisione clinica e la sicurezza dei pazienti e rappresentare per le pratiche ortopediche un’opportunità di contribuire alla ricerca di alta qualità volta a definire il ruolo della cannabis nella gestione dell’artrite basata sull’evidenza.”
I risultati di uno studio del 2024 su 290 pazienti a cui era stata diagnosticata l’artrite reumatoide o l’artrite psoriasica mostrava che i livelli medi di dolore dei pazienti si riducevano da 6,16 prima del trattamento con cannabis a 3,89 dopo il trattamento. Altri sondaggi riportano che i pazienti affetti da dolore artritico riducono l’uso di oppioidi prescritti e riscontrano miglioramenti nelle loro condizioni dopo il trattamento con cannabis terapeutica.
Bibliografia
- Gjorgjievski M et al. Perceptions regarding the use of cannabis in orthopaedics for treating musculoskeletal joint pain: A survey of arthritis patients Journal of International Medical Research First published online
- Purohit R, Mathai R, Camargo Macias K, Chalise S, Jehu T, Bhaskar N, Bhanusali N. Patient-Reported Outcomes of Pain, Stiffness, and Fatigue Reduction in Rheumatoid and Psoriatic Arthritis With Cannabinoid Use. Cureus. 2024 Oct 25;16(10):e72366.
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