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Alla luce dei numerosissimi studi scientifici pubblicati negli ultimi 40 anni, è ormai chiara l’importante influsso del nostro microbiota intestinale sulla salute del nostro intero organismo, mente e umore comopresi. Molte patologie extraintestinali, acute, ma più spesso degenerative, sono riconducibili in prima istanza ad alterazioni del microbiota intestinale (disbiosi) e della permeabilità della barriera intestinale (si legga l’articolo che segue).

La probiotica è una terapia del tutto scientifica che utilizza ceppi batterici specifici con l’obiettivo di correggere queste alterazioni intestinali: miglioramento delle disbiosi, modulazione dell’infiammazione e dell’immunità intestinale, ripristino di una corretta permeabilità intestinale. Si utilizzano ceppi batterici, soprattutto dei generi Lactobacillus e Bifidobacterium, ma anche ceppi di lieviti, come il Saccharomyces boulardii, somministrati per bocca sotto forma di capsule, compresse e bustine.

La Sindrome da Permeabilità Intestinale

Il nostro intestino è il vero “confine” tra noi e l’ambiente esterno, almeno sul piano materiale. La sua funzione primaria non è semplicemente digerire, ma trasformare la natura estranea di quello che mangiamo nella nostra unicità fisica. Se questo processo fallisce, l’intestino si “apre” e pericolosamente lascia fluire all’interno del corpo sostanze che minano alla base il nostro senso di unitarietà, che è il vero fondamento della nostra salute.

Non ci sono certezze circa le origini della vita sul nostro Pianeta, ma solo ipotesi. Alcuni affermano che si sia formata da materia non vivente (teoria abiogenetica), altri invece sono convinti che  provenga dallo spazio, trasportata da meteoriti (ipotesi cosmozoica). Comunque siano andate le cose, ad un certo punto, circa 4 miliardi di anni fa,  nel brodo primordiale terrestre sono comparsi degli aggregati di molecole biologiche che hanno iniziato ad esprimere una primitiva funzionalità vivente, accrescimento e riproduzione.

Un aspetto fondamentale della vita è la creazione di un confine, che separa un “dentro” e un “fuori”, la nascita, insomma, di una individualità. All’inizio, ovviamente, questa individualità era labile, appena accennata, come nei primi procarioti, ma poi con il procedere dell’evoluzione si è fatta più definita, fino a giungere a quella straordinaria complessità che è l’uomo, che esprime allo stesso tempo un’ individualità fisica e mentale.

La vita quindi è possibile solo se la vita stessa ogni momento si sforza di non fondersi con l’ambiente esterno e fa di tutto per mantenere la propria individualità. Ovviamente, la vita non forma sistemi chiusi, perché deve nutrirsi ed allo stesso tempo eliminare i prodotti di scarto. Tra forme di vita e ambiente esterno, infatti, deve esserci un continuo scambio fisico ed energetico. La vita accoglie ciò che le è coerente ed allontana quello che le genera caos.

Anche noi esseri umani viviamo sforzandoci consciamente o inconsciamente di rimanere individui, cioè indivisibili. Continuamente entriamo in contatto con elementi e stimoli che potrebbero danneggiare i nostri tessuti e farci ammalare, come ad esempio le radiazioni solari, il vento, la pioggia, il freddo, il caldo, i microbi, l’inquinamento, ecc. Apparentemente, si potrebbe pensare che il teatro di questo scontro tra noi e le aggressioni esterne sia la nostra pelle, che ci ricopre come un involucro protettivo e definisce i nostri confini, ma non è così. Infatti, il maggiore contatto con l’ambiente esterno avviene invece nel nostro intestino, attraverso l’alimentazione. Questo accade parecchie volte durante il giorno e tutte le volte il nostro organismo si deve impegnare a trasformare ciò che non siamo (carne, vegetali, latticini, ecc) in ciò che siamo (sangue, tessuti, organi…pensieri). Per certi versi, tutte le volte che mangiamo siamo anche impegnati a difenderci dalle  “forze” estranee insite negli alimenti consumati. Non potremmo mai infilarci una bistecca o un risotto direttamente in una vena, moriremmo di certo. Il nostro intestino ha questo meraviglioso compito di “svelenare” il cibo che mangiamo e trasformarlo in sangue che tranquillamente può scorrere nelle nostre vene.

Quindi, la digestione che avviene nell’intestino ha di fatto un effetto distruttivo sul cibo. La sua funzione è quella di uccidere la natura estranea (animale e vegetale) dell’alimento e trasformarla in carne umana individualizzata. Se ciò non accadesse, quelle stesse forze potrebbero prendere il sopravvento sulla nostra individualità e destabilizzare il nostro sistema, una volta entrate nel corpo.

A questa processazione del cibo partecipa tutta l’ecologia intestinale, che è un sistema complesso composto soprattutto da strutture immunitarie, superfici mucose e flora, in continua interazione tra loro. Il punto di contatto dove l’ambiente interno lambisce l’ambiente esterno però si trova principalmente nell’intestino tenue, l’unico vero organo digestivo di tutto il tratto gastrointestinale. A questo livello tutto è predisposto all’incontro con il cibo e alla sua assimilazione. Qui il nostro organismo ha concentrato oltre l’80% di tutto il suo sistema immunitario, a dimostrazione che il piccolo intestino è come un confine lungo il quale si schierano truppe per evitare eventuali invasioni. Qui la flora produce enzimi che demoliscono il cibo. Qui le mucose estroflettendosi (villi) piegandosi  aumentano la superficie di contatto con i nutrienti e per lo stesso motivo anche le cellule hanno piccole villosità. In poche parole, la flora intestinale riduce ai minimi termini il cibo, il sistema immunitario gli imprime una nuova identità e la barriera delle cellule mucose lo assimila.

Ma il sistema ecologico intestinale può alterarsi e lo “sdoganamento” del cibo essere meno efficiente. La barriera difensiva costituita dalle cellule mucose  inizia a cedere e diventa una sorta di colabrodo. Tra una cellula e l’altra è come se si formassero delle falle. Il cibo sfugge al normale processo di digestione, riconoscimento e assimilazione e attraversa la mucosa senza essere stato processato e si getta all’interno del corpo, mantenendo la propria natura estranea. In questo modo viene messa in pericolo l’ individualità del corpo, il senso di unitarietà.   Le conseguenze possono andare da un banale stato di malessere, pesantezza, a forme infiammatorie e fino a gravi malattie degenerative. Anche quelle che molti definiscono “intolleranze” sono per lo più la conseguenza di un aumento della permeabilità intestinale. Le “intolleranze” non sono reazioni verso qualcosa, errore concettuale che ha portato allo sviluppo di tutta una serie di inutili test, ma piuttosto uno stato, una condizione in cui il corpo letteralmente si “apre” all’ambiente esterno in modo incondizionato, o meglio non processato.

In un intestino permeabile non passano solo alimenti non processati, ma anche tossine e materiale microbico (cellule vive e frammenti cellulari). Spesso l’aumento di permeabilità si associa anche ad una proliferazione anomala di Candida albicans.

Le cause che possono portare ad una Sindrome da Permeabilità Intestinale (SPI) sono numerose, ma tra le più frequenti ci sono i gravi traumi, gli interventi chirurgici impegnativi, l’abuso di farmaci, le sostanze inquinanti che ingeriamo, lo stress, le emozioni negative, gli strapazzi fisici e una scorretta alimentazione.

La SPI è la base insospettata di numerose malattie, come ad esempio l’artrite reumatica, il lupus eritematoso sistemico, le tiroiditi, il morbo di Crohn, la psoriasi, la sindrome da fatica cronica, le allergie, molte malattie della pelle,  l’asma, la fibromialgia e anche le psicosi, le nevrosi e l’autismo infantile. Numerosi studi hanno mostrato un legame tra intestino e funzioni mentali. Lo stesso padre della moderna psichiatria, il francese Phillipe Pinel (1745-1828), ebbe a dire “La principale sede della malattia mentale è l’intestino”.

Come si vede, spesso la SPI genera o alimenta malattie extraintestinali, che apparentemente hanno poco a che fare con l’intestino, come potrebbero essere una tiroidite, un’ artrite, le ripetute tonsilliti o la catarrosità a livello respiratorio di un bambino piccolo. Trascurando questo fondamentale aspetto, spesso si usano proprio farmaci che hanno un effetto permeabilizzante intestinale e che alle lunghe non fanno che mantenere la malattia stessa invece di guarirla o fanno comparire altri disturbi in organi diversi. Per esempio, un antinfiammatorio, farmaco fortemente permeabilizzante l’intestino, utilizzato per curare una forma reumatica durante l’inverno può favorire lo sviluppo di un’allergia nella primavera successiva. E questo vale anche per gli antibiotici che con troppa facilità vengono usati soprattutto nei bambini.

Francesco Perugini Billi©copyright

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